l00maca's Travel Blog

富士山 – Fujisan, Kawaguchi-ko e Onsen

Vi avevo lasciato che ero su una corriera che ci stava scarrozzando allegramente verso Kawaguchi-ko, una delle cittadelle alle pendici del monte Fuji, famosa per la vista che offre su una delle tre montagne sacre del giappone.

Il fuji è bello grosso, veh. Le foto non rendono giustizia. Si tratta di un montagnone (in realtà un vulcano attivo) alto 3777 metri e ventiquattro centimetri che si staglia da solo in mezzo ad altre collinette che non reggono il confronto. Purtroppo il periodo sicuro per le ascese va da luglio a settembre, ed adesso salire è “fortemente sconsigliato” dalle autorità locali. Quind niente otto ore di salita più due ore di giro del cratere più tre ore di discesa (tempi da esperto, per una persona normale li possiamo anche raddoppiare amabilmente).

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Decidiamo, all’arrivo, di iniziare a tenere traccia dei Japan Point che guadgniamo quando ci comportiamo da giapponesi e perdiamo quando facciamo shamefur disupray della nostra occidentalità. Appena arrivati, guadgnamo tutti un punto per aver ricevuto e reciprocato un inchino all’ufficio del turismo.

Ci viene a recuperare un pulmino dell’albergo, che ha una bella vista sul lago ma non sul Fuji 🙁

Ci consoliamo vedendo l’albergo prenotato da Cumi; da fuori sembra un albergo occidentale, ma l’interno e’ molto tradizionale, con legno e bambù in ogni dove. I bagni pubblici al quarto, quinto e sesto piano, ci dicono, godono di una bella vista sul monte.

Entrando porto da solo una delle mie valigie: Shamefur Dispray, meno un punto a Pito.

CI comunicano che la stanza per i Gaijin sarà pronta alle due circa (ed è l’una e cinquanta), quindi decidiamo di andare a fare due passi alla ricerca di un locale dove pranzare consigliato dalla mia guida lonelyplanet del grande Nihon.

Attraversiamo il grazioso paese di Kawaguchi, dove acquisto ad un distributore una corroborante bevanda all’uva dotata (ma questo lo scoprirò solo più tardi) di pezzi di gelatina che simulano la texture dell’uva stessa. Io penso che sia succo e polpa e sono contento.

Arriviamo dopo lungo peregrinare al sito indicato dalla guida (“una vietta laterale vicino ad una stazione di servizio di fronte al supermercato”, I shit you not) e vediamo il proprietario intento a ramazzare e pulire le sedie. Il locale, ci dice, è chiuso e riaprirà alle sei.

Con estrema gioia e il sole nel cuore decidiamo di dirottarci presso un ristorante di ramen dove rimaniamo piacevolmente sorpresi dalla qualità del piatto e meno piacevolmente sorpresi dal fatto che si mangia per terra. Ma questa non sarà né la prima né l’ultima volta.

Finalmente Ramen

Finalmente Ramen!

Finito il pranzo ci fermiamo in un seven eleven per fare i biglietti per il Gundam Tokyo Front, il museo esposizione negozio superfigo dedicato a Gundam. Con non poche difficoltà riusciamo a convincere la macchinetta del demonio che vogliamo cinque biglietti, otteniamo un foglio di carta stampato che portato alla cassa ci frutta un biglietto per cinue persone.

Acquisto una gustosa bevanda al qumkuat e guaranà e ritorniamo a piedi verso il Ryokan.

A metà strada, mentre stiamo parlando degli dei dello shinto (+1 JP a Pito che ne conosce diversi), veniamo accostati da un furgoncino da cui scende una signora anziana che abbiamo visto poco prima al 7/11 che all’urlo di “sumimasen” ci mette in mano altri quattro biglietti per il tokyo front e ci spiega che purtroppo non si sono accorti che ne stava stampando altri e insomma grandi scuse dappertuto e inseguimenti con sto pulmino per capire dove siamo e dove andiamo. Ringraziamo, inchini tutto intorno (nessun punto per questo, poiché la profonda deizione di Obaa-san ci umilia e ci onora al contempo) e arriviamo in albergo.

La stanza è la stanza che immagini nei manga quando si parla di Ryokan, ed io personalmente ho pensato all’episodio di Maison Ikkoku in cui Godai e Kyoko rimangono ore nella stessa stanza in silenzio a far niente perché sono due tonni. C’è il tatami, c’è la vista sul lago, le sedie di vimini, il tavolino basso e i futon nell’armadio. Perfetto.

Vado in bagno, esco, e scopro che abbiamo una cameriera in camera che sta servendo te verde e dolcetti mentre ci spiega (spiega a cumi che traduce) come funziona il ryokan. Abbiamo la cena alle ore 19.00, dopodiché siamo liberi fino alla colazione alle ore 08.00. Io e Cumi, in quanto membri onorifici della grande Y (la Yakuza; il consiglio è di evitare di nominarla per il quieto vivere di tutti), è meglio se in bagno ci andiamo sul tardi quando probabilmente è vuoto.

Ci cambiamo negli yukata forniti dal Ryokan, riuscendo a non vestirci da pirla, indossiamo la giacchetta più pesante necessaria nel clima fresco dell’inverno e andiamo a cena.

La stanza è pronta ad accoglierci, con i tavolini bassi e le sedie da pavimento, e le prime portate pronte per essere mangiate. Ci diamo sotto a fatica, mentre la sorridente cameriera continua a portarci cibo manco fossimo maiali all’ingrasso. Totale: tre portate più dessert, di cui forse riconosciamo cinque piatti.

First Course

First Course

Second Course

Second Course

Third Course. Un punto a chi sa dirci cosa abbiamo mangiato.

Third Course. Un punto a chi sa dirci cosa abbiamo mangiato.

Torniamo in stanza per riprenderci, e troviamo i futon distesi e pronti ad accoglierci nel loro caldo abbraccio. Ci sdraiamo e ci rilassiamo un po’ guardando la tv giapponese.

molto più comodi di quanto non sembri.

molto più comodi di quanto non sembri.

In tv, becchiamo la fine di un anime non identificato, e poi Dragon Ball Z. L’episodio dove il capitano ginew ha rubato il corpo a goku ma non lo sa usare bene e prende le cartelle da Crilin e Gohan.

Che anno è, che giorno è, canta Battisti nella mia testa.

Si fanno le dieci, ed io, il Bardo e Cumi ci dirigiamo ai bagni termali. Per ovvie ragioni di questi non ho foto, e dovrete affidarvi alle mie sole descrizioni ed alla vostra memoria: ancora una volta i manga non mentono (troppo).

Entriamo, lasciando le ciabatte all’ingresso ed eventuali preziosi nelle cassette a muro. Ci spogliamo, lasciando vestiti e asciugamano da asciugo nelle classiche ceste negli spogliatoi. Dopodiché passiamo al bagno.

La prima impressione che si ha entrando è quella di caldo fottuto; l’area dove ci si lava è condivisa con la vasca classica e la yakuzzi, e la stanza è caldissima e piena di vapore.

Ci prendiamo uno sgabellino a testa e ci insaponiamo e laviamo per essere puliti (nelle vasche non si entra zozzi, eh!). Il bardo si lava con una spugna che scopre essere in realtà un sasso mortale per l’epilazione, tra le risa eterne degli astanti (solo noi, gli altri avventori non appena ci hanno visto sono letteralmente scappati via).

Entro nella prima vasca, quella classica: calda. Caldissima. Ma anche superpiacevole.

Rimango in ammollo un paio di minuti mentre gli altri due disgraziati mi raggiungono, dopodichè ci spostiamo a goderci l’idromassaggio. La finestra, che prende tutt la parete, purtroppo mostra solo il cielo buio. Ma chi se ne frega, siamo in ammollo in una zuppa bollente con i famosi mandarini aspri come la vita da mangiare. Non li mangiamo.

Usciamo, ci diamo una rinfrescata (del tipo baccinella di acqua gelata in testa, per la salute, come diceva Happosai) e proviamo il bagno esterno.

La vasca qui è più piccola, tiene solo tre persone (molto bene quindi) e il contrasto freddo gelido acqua bollente è delizioso.

Inziamo a vedere in bianco e nero e a sentire i primi sintomi dello svenimento qualche minuto dopo, decidiamo di uscire e stare un po’ all’aria fresca.

Rientriamo, altra passata di acqua gelata e poi sauna per cinque minuti (segnati dalla clessidra misericordiosamente posta vicino all’ingresso), mentre discutiamo dei vari tipi di bagni turchi, docce scozzesi, saune finlandesi e di come ci vorrebbe una bella vasca a reazione.

Usciamo e c’è una vasca a reazione, dove mi tuffo con italico vigore (mi adagio come un vecchio mollusco). Il contrasto caldo-freddo è, ancora una volta, corroborante.

Usciamo e proviamo l’ultima attrazione, un tris di cascatelle di acqua tiepida (o bollente, ma a noi ormai sembra tiepida) sotto cui stare a rilassarsi.

Passiamo un paio di minuti sotto questi graziosi getti, poi decidiamo che visto che è passata una cinquantina di minuti dal nostro ingresso possiamo anche uscire. Ci asciughiamo, passiamo qualche minuto alle stazioni di bellezza (phon, pettini, rasoi; ne approfitto per radermi) e poi scopriamo che esistono anche delle poltrone massggianti di quelle che ti prendono e ti rivoltano come un calzino.

Dieci minuti di massaggi dopo vestiamo il golfino sullo yukata (lo yukata fresco di cotone sulla pelle calda di terme è qualcosa di paradisiaco) e torniamo in camera.

Non so se si capisce, ma io ve lo consiglio. molto. caldamente.

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